INSTALLAZIONI E SCULTURE

Il progetto “(S)Composizioni” – basato sulla trasformazione di fotografie di architettura in installazioni - è metafora di due processi. Uno è la trasformazione del territorio ad opera degli uomini e delle loro tecnologie. L’altro è la continua trasformazione interiore di ogni essere umano.
La fotografia, solitamente, riproduce su una superficie piatta e bidimensionale le tre dimensioni della realtà, ad esempio di uno spazio architettonico. Ma attraverso particolari prospettive di scatto, e sfruttando l’effetto di compressione dello zoom, è possibile raccontare un insieme di strutture architettoniche, che nella realtà occupano uno spazio tridimensionale, come se fossero un quadro geometrico astratto, quindi un soggetto solo bidimensionale.
Nella serie delle “(S)Composizioni” il doppio passaggio dal luogo architettonico reale alla fotografia e poi dalla fotografia alla installazione ci consente di riappropriarci di una percezione concretamente tridimensionale del luogo. L’osservatore non è più di fronte alla fotografia di una architettura trasformata in quadro astratto geometrico, ma anche in mezzo ai frammenti di quella stessa fotografia, sparsi nello stesso spazio fisico in cui anche lui si trova. E’ una tridimensionalità nuova però, diversa da quella del luogo originario fotografato. E’ qui che emerge la metafora della nostra capacità di trasformare il territorio.
Ma le “(S)Composizioni” ci raccontano anche che questo processo, spesso profondo, non è affatto indolore. Ricomponendo lo spazio originario in modo completamente diverso, esse suggeriscono che la trasformazione può essere un percorso positivo, di crescita, oppure distruttivo del nostro ambiente vitale. E qui abbiamo anche una metafora del nostro percorso di evoluzione interiore: un percorso che continuamente divide, elabora, assembla, scompone e ricompone le nostre idee, percezioni ed emozioni, in una direzione che può essere di crescita, ma anche di autodistruzione.

 

Da qualche tempo ci si domandava cosa fare dell’implicita richiesta di una tridimensionalità fotografica: qualcuno (Antonello & Montesi) ha ideato un software per sviluppare tecniche di scatto in 3D, così da stampare immagini che attraverso speciali occhialetti si trasformano in corpi mobili; Carlo D’Orta ha invece agito sulla natura primaria della foto, creando un doppio scultoreo che scompone e ricompone la stampa. La sua idea è una perfetta equazione: i volumi netti si frammentano per sdoppiamento tramite lastre sagomate, così da smontare la foto in un processo installativo dalle molteplici soluzioni. Una sorta di chiusura del cerchio teorico davanti al cortocircuito del reale, un passaggio che apre verso margini ambiziosi e ricchi di sorprese….Le realtà si sdoppiano e sovrappongono. La fotografia amplia le sue congetture storiche…Nuove indicazioni si aggiungono nei moti dello sguardo.

Gianluca Marziani, Direttore di Palazzo Collicola Arti Visive Spoleto (PG)

 

Carlo D’Orta ha compreso come la fotografia sia basilare per analizzare la complessità, soprattutto per decomporla in una doppia operazione: destrutturazione dell’emotività dell’immagine e destrutturazione delle stesse in una chiave installativa. Nel primo caso si tratta non solo di un’ esaltazione dell’esprit de geometrie, di amplificare la capacità astrattiva (o realmente estrattiva) dello strumento fotografico, ma anche di dare assolutezza all’immagine. Questo comporta che essendo assoluta, viene sciolta anche da qualsiasi legame con l’oggetto e anche con le connotazioni di vario tipo anche sensoriali o con le evocazioni di tipo sentimentale o mnemonico. La foto diventa irrelata da qualsiasi storia, rifiuta lo status di cartolina, rifiuta qualsiasi matrice iconografica. Si dà come sciolta da ogni legame: non è mai come parte del tutto, è un’isola. Non è un reperto, perché ha liquidato il suo rapporto con la realtà.

Valerio Dehò, Direttore del Kunst Merano Arte (BZ) e docente di Estetica all’Accademia di Belle Arti di Brera (MI)

 

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