Biocities
Biocities 1 ・ Nelle fotografie di D’Orta, gli edifici appaiono leggeri, quasi sospesi. Perdono la loro natura di vetro e cemento per trasformarsi in segni, segni replicati, secondo un linguaggio che appartiene all’architettura. Allo stesso tempo, queste costruzioni assumono l’aspetto di strutture cellulari, capaci di evocare la vita e il mondo organico.
Nel confrontarsi con l’epidermide urbana, il fotografo ne porta alla luce una sorta di natura biologica. Il suo sguardo, pur richiamando quello del flâneur, si distingue per un’analisi attenta e rigorosa. Le città – Berlino, Londra o Roma – potrebbero quasi scomparire o passare in secondo piano. Ciò che conta è il loro DNA, che emerge attraverso gli scatti: la loro capacità evolutiva di rivelare geometrie mutevoli ed edifici meno evidenti, che non raccontano in alcun modo la vita racchiusa al loro interno. Sono essi stessi vita.
D’Orta ne ha individuato l’autonomia formale, la forza legata all’astrazione, che non coincide con un’assenza; al contrario, esprime la volontà di rendere il presente permanente, di sottrarlo al trascorrere del tempo. E, sul piano simbolico, Berlino è certamente la città che meglio incarna tutto questo, in quanto emblema dell’architettura del Novecento e luogo simbolico della modernità.

Valerio Dehò
Direttore artistico del Kunst Merano Arte (BZ), professore di Estetica Accademia di Belle Arti di Brera (MI)
Biocities Cina&Singapore ・Il progetto affronta gli aspetti contemporanei della vita architettonica all’interno del ciclo produttivo della città funzionale. Il suo interesse si concentra sulle texture dei nuovi materiali e sui volumi a basso impatto ambientale. Berlino, Londra, Milano, Roma: la ricerca si muove in modo nomade, mentre lo sguardo mantiene una propria costante, rimanendo fedele a se stesso, come quello di un medico che ausculta corpi diversi, ciascuno con una propria storia.
Principio scientifico e attitudine pittorica raggiungono qui un equilibrio maturo. Vengono evitati campi visivi troppo estesi, un realismo esplicito e confronti immediati. Al contrario, le immagini esaltano la natura del dettaglio, fino a rendere autonomi i singoli elementi raccontati da D’Orta.
Il rigore complessivo della composizione restituisce un atteggiamento quasi scientifico, nel quale ogni fotografia sembra agire secondo principi di entropia e di equilibrio ingegneristico. Allo stesso tempo, questa precisione trasmette una componente emotiva e calda, capace di infondere vita a materiali come vetro, cemento e acciaio.
Lo sguardo procede attraverso modulazioni che richiamano una certa tradizione pittorica fatta di linee nette, sintesi geometriche e vibrazioni cromatiche. Osservando, ad esempio, le immagini della nuova Stazione Tiburtina di Roma e i suoi contrasti cromatici così definiti, progettati da Paolo Desideri per questo grande terminale orizzontale, il pensiero corre alle opere di Peter Halley, nelle quali l’astrazione costituisce soltanto un punto di partenza: un linguaggio che rimanda in realtà a circuiti elettronici, sinapsi e planimetrie osservate dall’alto.
Riguardando le fotografie, il linguaggio appare unitario: la città come trama, i tessuti architettonici come organismi fortemente vitali, le superfici modulari come una sorta di genoma urbano. Un architetto e un pittore diventano così veicoli di contenuti.
Il fotografo, con grande attenzione, segue un percorso sottile che collega due poli: da una parte i volumi dell’architettura, dall’altra la bidimensionalità propria della pittura. Il suo sguardo nasce dal mondo reale, ma viene progressivamente compresso e ricondotto entro i limiti della superficie fotografica.
Biocities 2 ・Carlo D’Orta è un “biologo” del paesaggio contemporaneo, un ricercatore che indaga sotto la superficie, andando oltre il primo strato dell’apparenza urbana. Nelle sue immagini, le strutture si trasformano in sinapsi architettoniche e i macroelementi rimandano al micromondo cellulare.
Il suo sguardo è guidato da un principio scientifico e, al tempo stesso, da una sensibilità pittorica, attraverso combinazioni complesse e mai scontate. La sua razionalità interpreta i codici del reale, mettendo in luce l’ampiezza di quella zona di ambiguità che si estende tra figurazione e astrazione.
Principio scientifico significa, dunque, analisi degli elementi. Attitudine pittorica significa qualità e forza della narrazione fotografica. Tra la biologia del paesaggio e quella del linguaggio fotografico si instaura così un dialogo particolarmente riuscito, e D’Orta riesce a coniugare questi due aspetti con grande sensibilità.
Da una parte seleziona architetture specifiche, scelte per il loro carattere biodinamico, per la vertigine cromatica che le completa e per quella componente pittorica capace di infondere loro vita. Dall’altra ricerca nuovi percorsi fotografici, coerenti con la natura e con il linguaggio proprio del mezzo. Una ricerca che genera rimandi e combinazioni, mettendo in relazione passato e futuro secondo una logica di stratificazione e arricchimento: un’addizione senza sottrazioni.

Gianluca Marziani
Direttore del Museo di Arte Contemporanea-Palazzo Collicola di Spoleto
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